Presentata, a meno di due anni dalla “Deus caritas est”, “Spe Salvi”, la seconda enciclica di Benedetto XVI. Il documento è stato firmato lo scorso 30 novembre, festa di Sant’Andrea apostolo. Una data a cui molti hanno attribuito una valenza ecumenica. Un’enciclica colta, ma allo stesso tempo intensa, nella quale, accanto a profonde riflessioni sui rapporti tra la speranza e la fede cristiana, troviamo pagine commoventi su eroi della fede e grandi testimoni della speranza. Molti ancora sono i temi che il Papa affronta in questo documento, attraverso i quali rilancia la speranza contro il vuoto di senso del mondo contemporaneo. Il dialogo tra fede e ragione; la speranza come redenzione dell’uomo contro le ideologie e le rivoluzioni del ‘900; e ancora il rapporto tra progresso, scienza, libertà e ragione…
Sono questi ultimi, i temi che maggiormente hanno richiamato l’attenzione dei media e riempito le pagine dei giornali. Come sempre, in queste occasioni, si è cercato, con più o meno abilità, di trovare e porre in evidenza elementi e motivi di contrasto. Attraverso “ritagli” spesso diffusi in maniera personale e decontestualizzata, dando voce a oppositori di eccellenza, si è cercato di tenere alta l’attenzione generando veri o presunti conflitti.
Ma lasciamo da parte commenti più o meno genuini, frutto, talvolta, di una mancata o parziale lettura dell’enciclica e soffermiamoci su un tema poco considerato, ma rilevante, del documento: la dimensione comunitaria della speranza.
“Conoscere Dio - il vero Dio - questo significa ricevere speranza” scrive Benedetto XVI. Lungi dall’essere individualistica, l’autentica speranza cristiana aspira a una “salvezza comunitaria”. La Speranza è una possibilità che nasce dalla Fede. Il cristianesimo moderno concentrandosi soltanto sull’individuo e sulla sua salvezza ne aveva ristretto l’orizzonte. La speranza cristiana si fonda sull’adesione al Cristo risorto. L’essere in comunione con Cristo ci coinvolge nel Suo essere "per tutti"
